EXCURSUS, PoEtica. MINIALBUM
Posted by vivianascarinci on 29 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/29/poetica-27-gennaio-2012-minialbum/
Links: su VDBD Stati di assedio
Posted by vivianascarinci on 30 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/30/links-su-vdbd-stati-di-assedio/
nessuna lacrima rerum Derek Walcott
(Un canard col-vert attacché à la muraille et une bigarade. Jean Siméon Chardin [decolorato])
E come alla luce della luna eri intenta
A studiare più di tutto l’ostinata pazienza
Dell’onda benché sembri uno spreco.
. Read the full post »
Posted by vivianascarinci on 29 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/29/nessuna-lacrima-rerum-derek-walcott/
Datazione del mondo normale. Dieci inediti su L’Ulisse n.15
Posted by vivianascarinci on 24 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/24/datazione-del-mondo-normale-dieci-inediti-su-lulisse-n-15/
Links: Fina Garcìa Marruz su VDVBD
Posted by vivianascarinci on 24 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/24/links-fina-garcia-marruz-su-vdvbd/
Libri di poesia: Lezioni di crudeltà e L’ordine. Andrea Leone
Era la mattina senza materia di chi non è stato salvato A.L.
Hanno orrore di se stessi.
Non dicono il loro nome.
Si guardano allo specchio
e non si riconoscono,
invisibili ai primaverili inviti assidui.
Se qualcuno li chiama,
essi dicono
che si tratta di un altro.
Lo schianto ha dimenticato.
Il loro letto è sempre disfatto.
partiti in fretta
alla stagione della perfezione.
Posted by vivianascarinci on 20 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/20/libri-di-poesia-lezioni-di-crudelta-e-lordine-andrea-leone/
Links: La straniera su VDBD
Posted by vivianascarinci on 19 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/19/links-la-straniera-su-vdbd/
Giovanna Sicari, tre poesie d’amore
Libri di poesia
un’”energia assoluta e dettagliata della materia di fronte a cui soccombeva qualsiasi congegno narrativo”. Roberto Deidier
Tre poesie d’amore da “Il giorno fu pieno di lampi”
*
Vorrei prenderti e chiederti e avere
come si chiede alla morte di parlare
avere ancora calore ancora guardare il taglio
dei tuoi occhi bellissimi, guardarlo per sempre
come si fissa uno sguardo che non vuoi che svanisca Read the full post »
Posted by vivianascarinci on 15 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/15/giovanna-sicari-tre-poesie-damore/
Links: su Anterem, Carte nel vento
Carte nel vento 16 Genius Loci
schienata la falsa riga dell’orizzonte
non saputa non vista affatto la forma dove confitto l’abbaglio
accostata e compulsa una sorta di catalessi sformava il buio
linee da presso sostenute le spalle, cunei inanimati, vincibili
eretti a sfondo, non siamo che giaciuti, questi corpi di mattino lieve
Posted by vivianascarinci on 15 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/15/links-su-anterem-carte-nel-vento/
“Vince chi muore per primo” su Stati di assedio di Mariangela Guàtteri
Carte nel vento. Anterem su Stati di assedio, di Mariangela Guàtteri, Anterem Edizioni, Verona, 2011
Posted by vivianascarinci on 13 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/13/vince-chi-muore-per-primo-mariangela-guatteri/
La sostanza in primo piano rispetto all’involucro. PoEtica intervista Corrado Videtta degli ARGINE
Ma ognuno di noi ha il dovere di essere portatore dell’individualità culturale della comunità in cui si è formato. La globalizzazione del mondo può avere risvolti positivi solo se ciascuno di noi nel rapportarsi a nuove realtà riesce a vedere il diverso come un arricchimento pur rimanendo manifesto vivente della propria identità culturale. Corrado Videtta
Posted by vivianascarinci on 12 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/12/la-sostanza-in-primo-piano-rispetto-allinvolucro-poetica-intervista-corrado-videtta-degli-argine/
PoEtica, il giorno della memoria con chi …
La libreria Libra & Associazione PoEtica
presentano
EXCURSUS
omaggio alla
GIORNATA DELLA MEMORIA
Rignano Flaminio, Villa Samadhi
sabato 28 gennaio dalle 18.30
…………………………………
Corrado Videtta e Edo Notarlorberti
degli ARGINE in concerto
il concerto dello storico gruppo partenopeo sarà preceduto dalla proiezione di filmati
…………………………………
Sonya Orfalian
con il suo libro “La cucina d’Armenia”
Pier Luigi Zanata
Socio fondatore Associazione Italia – Israele
……………………………………………
dibattito sulla
Memoria come riflessione indispensabile alla base a ogni (ri)costruzione futura
moderatore Daniele Macheda Rainews Read the full post »
Posted by vivianascarinci on 9 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/09/poetica-il-giorno-della-memoria-con-chi/
Links: perchè PoEtica su VDBD
Posted by vivianascarinci on 8 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/08/links-perche-poetica-su-vdbd/
Qui noi non abitiamo
fino a lì aveva fabbricato doppio sentimento o avvertimento (delle cose, choses, gli piaceva): ossia: su un fronte l’immobilità serrata e certo cieca del tempo, come tutto bloccato da una fascia di luce, una fotografia; su diverso fronte la variabilità matta e l’incoerenza delle figure che all’interno di luce e tempo si muovono, tutte in arbitrio.
da questo, due sensazioni o sicurezze:
che: ci sarà comunque ancora tempo per.
Posted by vivianascarinci on 6 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/06/qui-noi-non-abitiamo/
Le intenzioni del baro e Lilith. Stefano Guglielmin, blanc de ta nuque
Stefano Guglielmin, Blanc de ta nuque, Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (2006-2011) p.159 Le voci della luna, Sasso Marconi, 2011
Posted by vivianascarinci on 6 gennaio 2012
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EXCURSUS Libra PoEtica per il giorno della Memoria
Per la GIORNATA DELLA MEMORIA
Libra e l’Associazione culturale PoEtica presentano
sabato 28 gennaio dalle 18.30
EXCURSUS
Quando la memoria non è conservare, ma prendersi cura
Corrado Videtta e Alfredo Edo Notarloberti degli ARGINE in concerto
dibattito moderato da Daniele Macheda (rainews)
filmati, musica, sapori dal mondo
Rignano Flaminio, Villa Samadhi
prenotazione allo 06-9071120
maggi.monica@gmail.com
Posted by vivianascarinci on 3 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/03/excursus-libra-poetica-per-il-giorno-della-memoria/
se lo sponsale castra spigoli di cuore
Grazia dell’attenzione
In un’ipotetica scrittura della Sposa, le parole nudità e apparenza sembrano contrapporsi. Apparenza, è un aspetto di superficie. La nudità è qualcosa di fondo, un’espressione di verità che viene da un meandro non casuale e diventa etica. In certi casi bellezza. La sposa quindi incarna un’apparenza di superficie e insieme profonda nudità. La Sposa di Duchamp non ha un corpo ma è un motore, un generatore di energie fantastiche sulla base di una simbologia che si lega alla nudità di funzione fisiologica, sposa, in quanto entità muliebre a non altro preposta. Lo stesso Duchamp parla di fisica e metafisica amorosa dell’essere sposa riversa nell’apparenza di uno o più simboli femminili. Ed è come se attraverso questa immagine Duchamp dettasse la voce surreale della cattura, una sorta di raziocinio sciolto un “automatismo psichico puro (…) in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni precauzione estetica e morale”(A. Breton). Una cattura ripetuta di simboli sottesi all’idea, alla funzione della sposa che la scaldino di un sentimento alto della sensualità, che però in quanto propria della sposa e non della vergine, la sensualità, non trascenda ma espliciti. Read the full post »
Posted by vivianascarinci on 3 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/03/se-lo-sponsale-castra-spigoli-di-cuore/
links: l’instupidimento della stagione da bgmole’s
Posted by vivianascarinci on 1 gennaio 2012
http://vivianascarinci.wordpress.com/2012/01/01/links-linstupidimento-della-stagione-da-bgmoles/
La speranza come strumento assoluto
sfoglia il quaderno in versione pdf
Edo Notarloberti e Viviana Scarinci su Sigur Rós Read the full post »
Posted by vivianascarinci on 25 dicembre 2011
http://vivianascarinci.wordpress.com/2011/12/25/la-speranza-come-strumento-assoluto/
Lilith su Viadellebelledonne
Posted by vivianascarinci on 21 dicembre 2011
http://vivianascarinci.wordpress.com/2011/12/21/lilith-su-viadellebelledonne/
in ispecie d’amore tratti alla creanza
- Prenderà il fiato
la veglia disadorna che ero nato
come annuncio
del fasto astratto di ogni cosa
due inediti per Aspettando un Natale che ritarda, Carte Sensibili
Posted by vivianascarinci on 20 dicembre 2011
http://vivianascarinci.wordpress.com/2011/12/20/in-ispecie-damore-tratti-alla-creanza/
La luce dei fatti
immagine di Mirco Marcacci
Di averla cercata, ora che la guardo, sono contento. Forse la credevo più alta e guerriera, mentre noto che non sta in piedi. Ma che importa …che importa poi questo? Tutti fummo albatros.
Anna Maria Ortese, Il porto di Toledo
.
da La favola di Lilith in due atti
.
avrei subito l’ansa come un fatto silente
avrei appreso la laguna come la convergenza
dell’acqua al buio se altri moventi
se altri garanti non mi avessero emulsionata
in una fisica dirimpetta e io non mi fossi perfezionata
nella distanza che mi divide, una dall’altra
innervata che sloga volo e caduta.
Tutti i fatti subiti e orditi dal corpo
mi dicono che rimane sul polpastrello
l’impronta, più che in questa creta plasmata altrove
.
Posted by vivianascarinci on 18 dicembre 2011
http://vivianascarinci.wordpress.com/2011/12/18/la-luce-dei-fatti/
Genius loci. Video, 19 novembre 2011
Posted by vivianascarinci on 16 dicembre 2011
http://vivianascarinci.wordpress.com/2011/12/16/genius-loci-video-19-novembre-2011/
L’amore intermedio o della creatura amante
“Ora pensa se di tutte queste cose puoi avere vana gloria alcuna che ti innalza, e tenta d’uscire da queste parole se puoi” da Libro della beata Angela da Foligno, Dialogo con lo spirito santo.
E quando in sua vicinanza credevo di essere io stessa l’amore che sentivo, l’amore stesso mi disse: Sono molti coloro che credono di essere nell’amore, e invece sono nell’odio e molti per contro che credono di essere nell’odio e invece sono nell’amore. Però la mia anima cercava di contemplare tutto questo in grande certezza. E Dio me lo diede a sentire così chiaramente che io ne fui tutta appagata. E comunque sono ormai così ricolma di quell’amore che non credo di potere più farne a meno. E a una creatura, che dicesse altro, e se anche angelo dicesse altro, non potrei credere, e anzi risponderei: Tu sei colui che è precipitato dal cielo. E in me vedevo due parti, come se in me fosse tracciata una strada. E da una parte scorgevo l’amore e tutto il bene che veniva da Dio e non da me; e dall’altra vedevo me scarna e appassita, e che da me nulla veniva di buono. E da questo capivo che non ero io ad amare, quantunque mi vedessi nell’amore, ma che la creatura amante veniva solo da Dio che intorno a lei si raccoglieva l’amore, suscitando un amore ancora più grande e ardente di prima, e io anelavo di accorrere a quell’amore. E tra questo amore, il quale è così grande che allora non potevo sapere che ne esistesse uno più grande, fino a quando non fui sopraffatta da quell’altro amore simile alla morte – tra l’amore puro dunque e quell’altro amore più grande di tutti e simile alla morte, ce n’è uno intermedio del quale non sono capace di raccontare nulla; perché è così profondo e dilettevole e gaudioso da non poter essere espresso in parole. E allora non volli sentire più nulla della Passione, né che Dio fosse nominato in mia presenza; perché se Dio viene nominato in mia presenza, io lo sento in me con un tale godimento da cadere in terra svenuta per amore; e tutto il resto che è meno di lui mi diventa un impaccio. E mi sembra un nulla ciò che si dice nel Vangelo e nella vita di Cristo o in qualunque discorso che riguarda Dio, poiché io in Dio contemplo cose più grandi e incomparabili. E quando torno da quell’amore sono tutta paga, tutta angelica, tanto da amare rospi e vermi, e gli stessi demoni. E quando sono in quello stato se anche mi sbranasse un animale selvaggio io non ci baderei e non mi sembrerebbe di patire alcun dolore. E allora anche il ricordo e il pensiero della Passione di Cristo non è più doloroso. Poiché in quello stato non ci sono più lacrime.
Angela da Foligno
(Martin Buber, Confessioni estatiche, Adelphi, Milano, 1987 pp 160-61)
Angela da Foligno nacque intorno al 1248; visse a Foligno e vi morì nel 1309. Peccò in gioventù, finché fu illuminata sul suo stato e si volse alla devozione. Divenne francescana e zelò la causa dei frati minori e, come santa Chiara di Monfalcone, lottò contro la società segreta dei Fratelli del libero spirito. Nel 1298 la visitò Fra Umberto da Casale che ne trasse ispirazione per la sua opera Arbor vitae crucifixa Jesu. Il Liber sororis Lelle de Fulgineo fu pubblicato dal cardinale Ximenes a Toledo nel 1505; lo aveva raccolto dalla viva voce della beata il suo confessore frate Arnaldo, volgendo dal folignate in latino.
(Elémire Zolla, I mistici d’Occidente I, Adelphi, Milano, 1997 p.733)
“Queste testimonianza di uomini e donne su qualcosa che essi vissero come esperienza sovrumana non sono state raccolte allo scopo di darne una definizione o una valutazione, ma perché in esse l’impeto dell’esperienza vivente, la volontà di dire l’indicibile e la vox humana hanno creato un’unità memorabile. Di questi elementi mi è sembrato degno di essere ripreso ciò che testimoniava, o recava in sé, il segno della parola”
Martin Buber, Confessioni estatiche, Adelphi, Milano, 1987
Posted by vivianascarinci on 14 dicembre 2011
http://vivianascarinci.wordpress.com/2011/12/14/lamore-intermedio-o-della-creatura-amante/
distanza nessuna
[da Lo sguardo di nascere]
torneremo a alloggiare lo strapiombo
nell’accolito piumare che nasce
su altissimo nido l’aquila degli occhi
ceruleo voltato a intendermi nell’ansa
gli anni che precipiteranno questo esserci
come piccoli alla fonte battesimale
pronti ad essere lavati da colpe inesistenti
nell’atto di affiggere una qualsiasi spoglia
al metro più recente
(…)
devi solo sopraggiungere a sentire
questo spiraglio di stagione
giunto al silenzio, neve ovunque parola
in profili cristallini. Non parlami,
siamo troppo insistiti di sotto la coltre
da disposizioni acute, da forme illusorie
meglio tacere, perché l’ente che ci nutre
è rotondo, ceduto finalmente l’arco miope
dei picchi dolorosi, lo scambio piccino
del reciproco caos. Non parliamo,
soffochiamo i contorni lievi
come nevicasse, creature senza
nido e cova distanza nessuna
Posted by vivianascarinci on 8 dicembre 2011
http://vivianascarinci.wordpress.com/2011/12/08/distanza-nessuna/
Enheduanna e Lilith
[apparso sul numero 2 della rivista Filosofi per caso]
Chi scrisse per primo? Potrebbe sorprendere che fosse una donna, una donna sumera, il suo nome era Enheduanna, sacerdotessa e figlia del re Sargon di Akkad e visse circa tra il 2285 e il 2250 a.C. Stando alle iscrizioni poste dietro ad un antico disco di alabastro, Enheduanna è il più lontano autore noto al mondo, le cui opere sono state scritte in caratteri cuneiformi circa 4300 anni fa. Era sacerdotessa di Inanna, la dea della luna, ed è proprio alla dea di cui praticava il sacerdozio che Enheduanna dedicò la sua poesia. Al di là delle numerose leggende sorte intorno a questa figura, leggende che vedono la sacerdotessa in tale profondo rapporto con la sua divinità, da ottenere da questa qualsiasi cosa chiedesse per il suo popolo, i versi di Enheduanna, spiccano per una caratteristica allora sconosciuta, l’utilizzo della parola”io”, della prima persona, per giunta femminile, che spiega attraverso la poesia, la difficoltà e anche la pena delle pratiche legate alla professione del culto di Inanna. Il risultato fu che il suo testo venne ritenuto sacro al punto che 500 anni dopo fu usato come esempio per l’insegnamento dell’arte dello scriba. Enheduanna e Lilith, queste, due tra le figure femminili più antiche che si ricordino, sono al centro della maggiore parte della poetica della poesia araba femminile contemporanea. Scrive Amal al-Juburi riferendosi a Enheduanna
Lei era il gioiello di Sargon,
ora è sacerdotessa della frammentazione.
Urlate e non dimenticate,
monumenti maledetti,
che il cuore di Enheduanna
era più grande della
scrittura di questi tiranni(Amal al-Juburi poetessa irachena nata nel 1967)
ma se nel caso della celebrazione di Enheduanna, per una poetessa contemporanea, si tratta dell’esaltazione di un “metodo” di promozione dell’io creativo che lega la scrittrice a un processo di emancipazione femminile della donna islamica del tutto attuale, nel caso di Lilith, l’attenzione dal metodo di emancipazione si sposta sull’alto valore archetipico cui, Lilith, la prima sposa ripudiata da Adamo, finisce per suggerire in buona parte degli scritti a essa dedicati. Da non dimenticare poi che sia Inanna, che Lilith si legano entrambe simbolicamente alla luna, che con i suoi cicli rappresenta il lato femminile del creato. La prima ne è la dea, cioè la componente femminile visibile, cui la donna islamica, secondo la poesia che se ne fa portavoce, assurge a modello dal punto di vista dell’emancipazione pratica, la seconda, Lilith, la luna nera è la faccia di un’intimità esistente e celata che la femminilità araba esalta attraverso molte voci contemporanee ma soprattutto tramite la sua poetessa più significativa, Joumana Haddad
Sono Lilith, la tenebra femminile, non la tenebra luce. Nessuna Read the full post »
Posted by vivianascarinci on 4 dicembre 2011
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La caverna dei poeti
[ripropongo volentieri un brano scritto per il blog Filosofipercaso e incluso nella raccolta di prose inedite il diario della specie espunta ]
C’è da chiedersi chi se non un poeta possa credere che alla fine del tirocinio dell’occhio – che dalla caverna, viene sferzato dal sole, per poi tornare alla caverna, come si torna alla madre, come si torna alla morte – chi possa credere che alla fine “potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole” (3). Solo un poeta può essere così eretico da credere che ciò sia possibile. Così pazzo da pensare di poter tornare alla caverna e professare l’eresia, accettando di “patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo”(4) di prima di aver visto la luce; il modo di prima, in cui si viveva tutti pressoché da ciechi nella caverna.
Quando ho letto per la prima volta il mito della caverna, mi sono chiesta perché Platone fosse stato annoverato tra i filosofi. Non capivo come una poesia così eretica potesse essere istituita materia, per quanto accostata all’amore di conoscenza. Come si potesse, mi sono chiesta, intendere salvifico, così da farne materia, un sentimento tanto desolato, come quello che ha spinto un uomo, ormai perso nella notte del tempo, a scrivere quello di cui poi la filosofia si è appropriata. A me pareva di vedere solo un poeta, perciò un bambino, dentro una caverna, non da solo, ma con altri bambini soli come lui. Obbligati a star di spalle a un teatrino di burattini cui avrebbero voluto partecipare. Scaldati da un fuoco approssimativo, senza vero calore, senza vera luce.
Lo spettacolo alle loro spalle ha una continuità stordente, li partecipa quei bambini, senza che davvero capiscano, senza che possano chiedersi tra loro nulla, perché le spiegazioni che avrebbero potuto reciprocamente darsi avrebbero fatto senz’altro parte ancora di altri mondi immaginari e perché nella sua totale innocenza, ogni bambino ha il suo. Allora come avrebbero potuto chiedersi reciprocamente cosa di quello spettacolo immaginario li riguardasse, pur volendolo a tutti i costi “vedere”? Poi improvvisamente, uno di loro si alza. Si accorge della postura cui la caverna lo ho obbligato. Si accorge che l’obbligo, le catene, la postura seduta di spalle, il fuoco scarso, l’ombra, sono cedevoli in qualche strano modo. In quello strano modo di cui il tempo a suo piacimento articola l’evoluzione. Improvvisamente a uno di loro qualcosa suggerisce una differenza nella postura. Improvvisamente, senza capire, perché non è un filosofo ma è un poeta, si alza, si volta e guarda. Guarda i burattini, guarda con quali oggetti si sceneggia il piccolo teatro “figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale”(1). Ma tutto ha ancora in sé il riverbero dell’ombra da cui il poeta viene che ha una qualità assai più spessa del lucore, perché è un morbo che si contrae nell’umido della caverna come si contrae da un ventre materno, la genesi di una malattia. Non si creda che ciascuno degli oggetti e dei personaggi che il poeta vede sfilare ora di rimpetto per la prima volta, gli ricordino la sua appartenenza remota a una verità che l’accomuni alla luce. Egli è figlio della caverna e la sua matrice è ombratile. Ma allorché sia costretto a guardare luce come guardasse ombra, gli occhi vi cercherebbero ancora ombra, perché quella è il suo regime, denucleato da qualsiasi verità salvifica, privato cioè della salute, perché la caverna è madre e malattia. Ma comunque, “giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. (…) Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore”(2). Perché superiore, il mondo, il poeta ha bisogno di immaginarlo, con una spinta deviante l’ovvio, come gettandovi un amo nel mare e, per cieca approssimazione, trarvi il pescecane della lingua e giusto per quell’attimo pescoso non voler tornare alla caverna, tra le altre solitudini che già lo reclamano.
C’è da chiedersi chi se non un poeta possa credere che alla fine del tirocinio dell’occhio – che dalla caverna, viene sferzato dal sole, per poi tornare alla caverna, come si torna alla madre, come si torna alla morte – chi possa credere che alla fine “potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole” (3). Solo un poeta può essere così eretico da credere che ciò sia possibile. Così pazzo da pensare di poter tornare alla caverna e professare l’eresia, accettando di “patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo”(4) di prima di aver visto la luce; il modo di prima, in cui si viveva tutti pressoché da ciechi nella caverna. Chi è così pazzo da credere che l’ascesa alla luce valga il necessario ritorno con occhi inceneriti, ormai accecati dal lutto di chi una volta ha visto, piuttosto che dal buio di chi non vedrà mai. “Nella sua ossessione di vivere la poesia come separazione totale dal mondo degradato che lo ospita” scrive Flavio Ermini “il poeta non dà tregua alla parola: le usa di continuo violenza per strapparla all’usura del suo impiego quotidiano, per estraniarla ai suoi significati consueti ed “elevarla”, come vuole Stefan George, «a sfera radiosa»” (5). E ciò è come vivere in una caverna credendo incautamente possibile che l’oggetto poetico possa essere definito in pieno sole, come solo un figlio di un ventre cavernoso può ambire a fare; come l’impossibile chimera di un filosofo che ne viva il mito o come un bambino che abbisogna di una favola di cui sentirsi figlio.
Di ritorno alla caverna, il poeta vede solo “apocrifi in sembianze di volti/ di giorni in forme declinanti/ di parole”(6), acquisisce una cecità diversa che lascia libera la messa in pratica dell’immaginario riguardante la sua origine malata cioè un’origine “morbosamente” destituita dai significati. Perciò può. Asserisce l’indicibile della sua origine in quell’istante preciso in cui ne accusa il richiamo e non il senso: “l’indicibile nel richiamo è già detto/ origine che si sottrae all’origine/ fino all’indicibile che forma/il midollo”(7). Richiamo linfatico, di fatto non significante se non in quanto cose prima, l’indicibile che osa la malattia di non appartenere alla verità del visibile senza però tornare al buio da cui viene. Perché il suo compito è farsi, non essere. Farsi nel tempo di un lampo che illumini e poi basta “è già disfatto e già non chiedi,/ la deserta origine che polvere/ trattiene nel rogo che né pupilla/ né mani fissano al vagito/oltre il colore incandescente/che annulla vene e secoli di sangue,/ resta a fremere, disgelo, /l’occhio che depose alla rupe il volto” (8). Non deve chiedere, non può più chiedere perché lo spettro luminoso della verità ha già arso con la sua definizione le pupille, l’indicibile spinto a dirsi brucia la mutevolezza del volto, si proclama vittorioso sul non-senso di vene e secoli di sangue e spinge ancora una volta il poeta a deporre occhi inservibili. Di ritorno alla caverna finalmente “l’ombra che sale gioca il sogno di un confine/ sospeso la tua pelle si stacca aggiunge/ ore ai tuoi segni al grafico che resta/ dove togli parole/ ai tuoi occhi” (9). Il poeta torna a una cecità evoluta. Torna alla maternità sconfinata delle ombre complesse e delessicate del segno rupestre. È un atto dovuto, questa spoliazione, questo ritorno alla nudità neonatale, primordiale mai salvifica, ma che insensatamente perpetra se stessa dichiarandosi mai vera del tutto e tuttavia efficace al punto che di nuovo nella caverna, il poeta “le sillabe raccoglie che la mano nasconde/ prima di cedere sotto la sferza/ di un lampo/ alla cecità di dare ancora un nome (10)”. La cecità di dare, di darsi all’infinito un nome. Ma un nome che sia per sempre “non” vero del tutto.
(1)Platone, Il mito della caverna
(2)Platone, Il mito della caverna
(3) Platone, Il mito della caverna
(4) Platone, Il mito della caverna
(5) Filosofi per caso
(6) Francesco Marotta
(7) Paolo Fichera
(8) Paolo Fichera
(9) Francesco Marotta
(10) Francesco Marotta
Posted by vivianascarinci on 30 novembre 2011
http://vivianascarinci.wordpress.com/2011/11/30/la-caverna-dei-poeti-3/





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