EXCURSUS, PoEtica. MINIALBUM

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Links: su VDBD Stati di assedio

Venire presi dall’imboscata del dialogo con l’elemento alternativo di se stessi, ossia venire presi da un sé alterno che non subisce l’apoteosi di comparire, è come attraversare un desiderio barbaro e nullificante, che scatena la mossa della paura, è come essere trafitti da una corrente incontrovertibile che conduce alla continua verifica di esistere, enunciando se stessi a partire dal corpo e dal sangue “la paura mi conduce al peccato/col vostro corpo salvatemi/col vostro sangue inebriatemi”. E’ il corpo come presupposto fallace all’esistere che bisogna parossisticamente comprovare. E’ “l’indigenza del divino” che dà al corpo la separazione che lo rende vuoto, e che spinge alla gara iniziatica di un’azione radicale, un’azione che recida di netto la sensazione di non appartenersi. E in tutto il disamore che c’è nel potere questo, “vince chi muore per primo”.

nessuna lacrima rerum Derek Walcott

(Un canard col-vert attacché à la muraille et une bigarade. Jean Siméon Chardin [decolorato])

E come alla luce della luna eri intenta
A studiare più di tutto l’ostinata pazienza
Dell’onda benché sembri uno spreco.
. Read the full post »

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Datazione del mondo normale. Dieci inediti su L’Ulisse n.15

L’Ulisse n.15 DATAZIONE

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Links: Fina Garcìa Marruz su VDVBD


Attenti voi a camminare per le strade strette dell’Avana Vecchia – ufficio, tipografia, ministero, pasticcini profumati color violino-, attenti potreste di colpo essere sorpresi dalla goccia d’acqua che discende da un piano alto, che può cadervi nel mezzo della testa, sulla spalla, sull’abito, senza preavviso, attenti a questa goccia d’acqua che sta sempre lì sospesa come una minaccia, attenzione, che potremmo mutarci in mendici imprevisti e far sì che i nostri passi lambiscano, con fame di cane, le lattine Fina Garcìa Marruz

Libri di poesia: Lezioni di crudeltà e L’ordine. Andrea Leone

Era  la mattina senza materia di chi non è stato salvato A.L.

Hanno orrore di se stessi.
Non dicono il loro nome.
Si guardano allo specchio
e non si riconoscono,
invisibili ai primaverili inviti assidui.
Se qualcuno li chiama,
essi dicono
che si tratta di un altro.
Lo schianto ha dimenticato.
Il loro letto è sempre disfatto.
partiti in fretta
alla stagione della perfezione.

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Links: La straniera su VDBD

Sono Lilith, la tenebra femminile, non la tenebra luce. Nessuna interpretazione mi definisce, non mi piego ad alcun significato. La mitologia mi ha accusato di malvagità, le donne mi hanno trattata da uomo; non sono la donna virile né la donna bambola. Sono il compimento della femminilità mancante. Non dichiaro guerra agli uomini, né rubo i feti dagli uteri delle donne, perché sono il demone ricercato, scettro della coscienza, sigillo dell’amore e della libertà

(Joumana Haddad poetessa libanese nata nel 1970)

Giovanna Sicari, tre poesie d’amore

Libri di poesia

un’”energia assoluta e dettagliata della materia di fronte a cui soccombeva qualsiasi congegno narrativo”. Roberto Deidier

Tre poesie d’amore da “Il giorno fu pieno di lampi”

*
Vorrei prenderti e chiederti e avere
come si chiede alla morte di parlare
avere ancora calore ancora guardare il taglio
dei tuoi occhi bellissimi, guardarlo per sempre
come si fissa uno sguardo che non vuoi che svanisca Read the full post »

Links: su Anterem, Carte nel vento

Carte nel vento 16 Genius Loci

schienata la falsa riga dell’orizzonte

non saputa non vista affatto la forma dove confitto l’abbaglio

accostata e compulsa una sorta di catalessi sformava il buio

linee da presso sostenute le spalle, cunei inanimati, vincibili

eretti a sfondo, non siamo che giaciuti, questi corpi di mattino lieve

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“Vince chi muore per primo” su Stati di assedio di Mariangela Guàtteri

Carte nel vento. Anterem su Stati di assedio, di Mariangela Guàtteri, Anterem Edizioni, Verona, 2011

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La sostanza in primo piano rispetto all’involucro. PoEtica intervista Corrado Videtta degli ARGINE

Ma ognuno di noi ha il dovere di essere portatore dell’individualità culturale della comunità in cui si è formato. La globalizzazione del mondo può avere risvolti positivi solo se ciascuno di noi nel rapportarsi a nuove realtà riesce a vedere il diverso come un arricchimento pur rimanendo manifesto vivente della propria identità culturale. Corrado Videtta

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PoEtica, il giorno della memoria con chi …

La libreria Libra & Associazione PoEtica

presentano

EXCURSUS

omaggio alla

GIORNATA DELLA MEMORIA

Rignano Flaminio, Villa Samadhi

sabato 28 gennaio dalle 18.30

…………………………………

Corrado Videtta e Edo Notarlorberti

degli ARGINE in concerto

il concerto dello storico gruppo partenopeo sarà preceduto dalla proiezione di filmati

…………………………………

Sonya Orfalian

con il suo libro “La cucina d’Armenia”

Pier Luigi Zanata

Socio fondatore Associazione Italia – Israele

……………………………………………

dibattito sulla

Memoria come riflessione indispensabile alla base a ogni (ri)costruzione futura

moderatore Daniele Macheda Rainews Read the full post »

Links: perchè PoEtica su VDBD

(…)

La poesia non ha smesso la sua funzione sociale al di là di quello che se ne dica. Se ho fatto la scelta di fondare un’associazione volta alla promozione della poesia  e che in questo frangente appoggia una libreria specializzata, non è solo per via dello spirito di divulgazione che può contraddistinguere una libreria, ma anche per ricordare alla comunità in cui la libreria si inserisce che è ancora fattibile una forma di ascolto la cui possibilità ora sembra totalmente dimenticata, e che invece resta ostinatamente plausibile grazie a un luogo di incontro reale, che rimane aperto. La poesia non è solo quella scritta o discussa nei luoghi preposti ma qualcosa che può ancora reagire al contatto con l’altro,  anche con la sua aridità, o col vuoto che lascia la cultura “ufficiale”, come un composto altamente reagente che in qualche modo finisce per rivelare tutte le cose per quelle che sono.

(…)

 

 

Qui noi non abitiamo

fino a lì aveva fabbricato doppio sentimento o avvertimento (delle cose, choses, gli piaceva): ossia: su un fronte l’immobilità serrata e certo cieca del tempo, come tutto bloccato da una fascia di luce, una fotografia; su diverso fronte la variabilità matta e l’incoerenza delle figure che all’interno di luce e tempo si muovono, tutte in arbitrio.

da questo, due sensazioni o sicurezze:

che: ci sarà comunque ancora tempo per.

e Read the full post »

Le intenzioni del baro e Lilith. Stefano Guglielmin, blanc de ta nuque

Stefano Guglielmin, Blanc de ta nuque, Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (2006-2011) p.159 Le voci della luna, Sasso Marconi, 2011

EXCURSUS Libra PoEtica per il giorno della Memoria

Per la GIORNATA DELLA MEMORIA
Libra e l’Associazione culturale PoEtica presentano
sabato 28 gennaio dalle 18.30

EXCURSUS

Quando la memoria non è conservare, ma prendersi cura

Corrado Videtta e Alfredo Edo Notarloberti  degli ARGINE in concerto

dibattito moderato da  Daniele Macheda (rainews)

filmati, musica, sapori dal mondo
Rignano Flaminio, Villa Samadhi
prenotazione allo 06-9071120
maggi.monica@gmail.com

se lo sponsale castra spigoli di cuore

Grazia dell’attenzione

In un’ipotetica scrittura della Sposa, le parole nudità e apparenza sembrano contrapporsi. Apparenza, è un aspetto di superficie. La nudità è qualcosa di fondo, un’espressione di verità che viene da un meandro non casuale e diventa etica. In certi casi bellezza. La sposa quindi incarna un’apparenza di superficie e insieme profonda nudità. La Sposa di Duchamp non ha un corpo ma è un motore, un generatore di energie fantastiche sulla base di una simbologia che si lega alla nudità di funzione fisiologica, sposa, in quanto entità muliebre a non altro preposta. Lo stesso Duchamp parla di fisica e metafisica amorosa dell’essere sposa riversa nell’apparenza di uno o più simboli femminili. Ed è come se attraverso questa immagine Duchamp dettasse la voce surreale della cattura, una sorta di raziocinio sciolto un “automatismo psichico puro (…) in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni precauzione estetica e morale”(A. Breton). Una cattura ripetuta di simboli sottesi all’idea, alla funzione della sposa che la scaldino di un sentimento alto della sensualità, che però in quanto propria della sposa e non della vergine, la sensualità, non trascenda ma espliciti. Read the full post »

Links: la speranza su neobar

(…) Jònsi si inventa l’hopelandic, la lingua in cui canta nei brani di questo album, perché gli interessa poco che gli altri usino una lingua condivisa per illustrare un canto oppure perché nel momento in cui lo inventa gli interessa relativamente che il suo linguaggio artistico contenga un messaggio semantico che possa sviarlo dal suono. Il nome di questo idioma tradotto in italiano dovrebbe quindi significare una cosa anche grammaticalmente anomala: speranzese. Cioè un idioma tutto incentrato sull’attuabilità di un unico sostantivo: la speranza. (…)

 

 

links: l’instupidimento della stagione da bgmole’s

(…)  proprio ora, quando la crisi disfa giorno per giorno le prospettive che mi posso dare, quando le responsabilità e anche l’amarezza di una vita adulta e laica occupano ogni ora, svuotano gli entusiasmi che non siano basici, animali, familiari, quando lo scorcio del secolo di un’Italia prona alle conseguenze di una lunga catastrofe, di una bancarotta politica e sociale toglie davvero il fiato a chi si ferma a pensare; ecco, proprio ora, mi accorgo che la letteratura dimostra i suoi diritti, si vanta della sua resistenza alla miseria, alla consumazione della giornata, all’instupidimento dell’età, della stagione (…)

La speranza come strumento assoluto

  sfoglia il quaderno in versione pdf

Edo Notarloberti e Viviana Scarinci su Sigur Rós Read the full post »

Lilith su Viadellebelledonne

VDBD L’albero del futuro 21 – Lilith

in ispecie d’amore tratti alla creanza

 

- Prenderà  il fiato

la veglia disadorna che ero nato

come annuncio

del fasto astratto di ogni cosa   

due inediti per Aspettando un Natale che ritarda, Carte Sensibili

La luce dei fatti

immagine di Mirco Marcacci

Di averla cercata, ora che la guardo, sono contento. Forse la credevo più alta e guerriera, mentre noto che non sta in piedi. Ma che importa …che importa poi questo? Tutti fummo albatros.

Anna Maria Ortese, Il porto di Toledo

.

da La favola di Lilith in due atti

.

avrei subito l’ansa come un fatto silente
avrei appreso la laguna come la convergenza
dell’acqua al buio se altri moventi
se altri garanti non mi avessero emulsionata
in una fisica dirimpetta e io non mi fossi perfezionata
nella distanza che mi divide, una dall’altra
innervata che sloga volo e caduta.
Tutti i fatti subiti e orditi dal corpo
mi dicono che rimane sul polpastrello
l’impronta, più che in questa creta plasmata altrove

.

Arti autoctone. Mercoledì 21 dicembre 2011. h 19,00

Attraverso quattro filmati presentati da Fabio Bartoli si parlerà dell’importanza della natura e della necessità di ripartire da essa. Si parlerà in senso globale dell’impatto ambientale e sociale che lo scoppio della bomba atomica ha avuto a partire dal Giappone. Si dirà di come la bomba atomica abbia segnato la storia del Giappone essendosi ripercossa sull’immaginario degli autori di manga e anime. Si dirà inoltre come la società giapponese abbia affrontato il trauma. Si chiarirà il perché negli anime, quando un robot nemico esplode, dia sempre vita a un fungo atomico oppure, parlando di prodotti culturali giapponesi, se già fin da Godzilla sia presente questo aspetto del trauma (la risposta, ovviamente, è sì). Sulla clip che ha a che fare col terremoto, potrà essere posta qualsiasi domanda sull’attualità a Gennaro Cutillo, sia in quanto esperto della materia che essendo stato in Giappone dopo il terremoto e l’incidente di Fukushima


Libreria Libra
&
Associazione PoEtica

Via San Michele, 63
Morlupo RM
tel 06 9071120

Mangascienza

mercoledì 21 dicembre 2011
ore 19,00

con

Fabio Bartoli, Gennaro Cutillo, Stefano Monaldi, Flavio Alessandrini

Secondo un pregiudizio ancora radicato l’animazione è un prodotto di evasione, un passatempo per bambini senza alcuna pretesa. “Mangascienza” si propone di sbugiardare questa credenza, dimostrando invece come l’animazione giapponese, in virtù della storia particolare del paese del Sol Levante e della diversa considerazione di cui lì essa gode, sia fonte di numerosi spunti di riflessione e veicolo di messaggi profondi. Un viaggio ideale attraverso l’animazione di fantascienza che va da Hiroshima a Fukushima, per riflettere sull’impiego che facciamo della tecnologia, sul nostro rapporto con la natura e altre questioni fondamentali del nostro tempo

saranno proiettati

Conan il ragazzo del futuro (la catastrofe e la rinascita)

L’Uomo Tigre (Naoto Date visita Hiroshima)

Atlas Ufo Robot (Actarus e la cicatrice rossa)

Tokyo Magnitude 8.0 (il terremoto e la ricostruzione)

Buffet a base di cibi giapponesi.
E’ previsto un contributo associativo

Mangascienza. Messaggi filosofici ed ecologici nell’animazione fantascientifica giapponese per ragazzi Tunué, pp. 259. Fabio Bartoli presenta lo sviluppo degli anime collegandolo ai paralleli cambiamenti che hanno mutato (e a volte sconvolto) il volto del Sol Levante.

*

Partendo proprio da questa leggenda, Fabio Bartoli delinea sinteticamente più di duemila anni di storia, scienza e pensiero occidentale, evidenziandone le connessioni e i punti chiave. Questa – che potrebbe di primo acchitto apparire superflua – è in realtà un’operazione sagace, che mira a illuminare non soltanto il nostro complesso rapporto con la tecnologia, ma anche le numerose stratificazioni in cui, dagli ultimi decenni del secondo millennio, si è situato il duplice fenomeno manga/anime, con tutte le implicazioni ideologiche di cui è foriero; inoltre, è bene sempre tenere a mente che questo scenario ha fortemente influito sul contesto giapponese che, in alcuni casi, ha tentato di conformarsi ad esso persino a scapito della propria identità. L’autore di Mangascienza, dando prova di intelligenza, ricostruisce anche i milieu (politici, culturali, economici…) giapponesi a partire dal XVII secolo, fornendo così le coordinate essenziali per comprendere meglio le manifestazioni del pensiero e delle arti autoctone, tra le quali si annoverano senza dubbio anche i disegni animati, non riducibili a semplici mezzi di intrattenimento per bambini e adolescenti, ma strumenti per trasmettere alle nuove generazioni propositi e valori in vista della costruzione di un’umanità migliore.

Genius loci. Video, 19 novembre 2011


L’amore intermedio o della creatura amante

“Ora pensa se di tutte queste cose puoi avere vana gloria alcuna che ti innalza, e tenta d’uscire da queste parole se puoi” da Libro della beata Angela da Foligno, Dialogo con lo spirito santo.   

E quando in sua vicinanza credevo di essere io stessa l’amore che sentivo, l’amore stesso mi disse: Sono molti coloro che credono di essere nell’amore, e invece sono nell’odio e molti per contro che credono di essere nell’odio e invece sono nell’amore. Però la mia anima cercava di contemplare tutto questo in grande certezza. E Dio me lo diede a sentire così chiaramente che io ne fui tutta appagata. E comunque sono ormai così ricolma di quell’amore che non credo di potere più farne a meno. E a una creatura, che dicesse altro, e se anche angelo dicesse altro, non potrei credere, e anzi risponderei: Tu sei colui che è precipitato dal cielo. E in me vedevo due parti, come se in me fosse tracciata una strada. E da una parte scorgevo l’amore e tutto il bene che veniva da Dio e non da me; e dall’altra vedevo me scarna e appassita, e che da me nulla veniva di buono. E da questo capivo che non ero io ad amare, quantunque mi vedessi nell’amore, ma che la creatura amante veniva solo da Dio che intorno a lei si raccoglieva l’amore, suscitando un amore ancora più grande e ardente di prima, e io anelavo di accorrere a quell’amore. E tra questo amore, il quale è così grande che allora non potevo sapere che ne esistesse uno più grande, fino a quando non fui sopraffatta da quell’altro amore simile alla morte ­­– tra l’amore puro dunque e quell’altro amore più grande di tutti e simile alla morte, ce n’è uno intermedio del quale non sono capace di raccontare nulla; perché è così profondo e dilettevole e gaudioso da non poter essere espresso in parole. E allora non volli sentire più nulla della Passione, né che Dio fosse nominato in mia presenza; perché se Dio viene nominato in mia presenza, io lo sento in me con un tale godimento da cadere in terra svenuta per amore; e tutto il resto che è meno di lui mi diventa un impaccio. E mi sembra un nulla ciò che si dice nel Vangelo e nella vita di Cristo o in qualunque discorso che riguarda Dio, poiché io in Dio contemplo cose più grandi e incomparabili. E quando torno da quell’amore sono tutta paga, tutta angelica, tanto da amare rospi e vermi, e gli stessi demoni. E quando sono in quello stato se anche mi sbranasse un animale selvaggio io non ci baderei e non mi sembrerebbe di patire alcun dolore. E allora anche il ricordo e il pensiero della Passione di Cristo non è più doloroso. Poiché in quello stato non ci sono più lacrime.

Angela da Foligno

 (Martin Buber, Confessioni estatiche, Adelphi, Milano, 1987  pp 160-61)

Angela da Foligno nacque intorno al 1248; visse a Foligno e vi morì nel 1309. Peccò in gioventù, finché fu illuminata sul suo stato e si volse alla devozione. Divenne francescana e zelò la causa dei frati minori e, come santa Chiara di Monfalcone, lottò contro la società segreta dei Fratelli del libero spirito. Nel 1298 la visitò Fra Umberto da Casale che ne trasse ispirazione per la sua opera Arbor vitae crucifixa Jesu. Il Liber sororis Lelle de Fulgineo fu pubblicato dal cardinale Ximenes a Toledo nel 1505; lo aveva raccolto dalla viva voce della beata il suo confessore frate Arnaldo, volgendo dal folignate in latino.

(Elémire Zolla, I mistici d’Occidente I, Adelphi, Milano, 1997  p.733)

“Queste testimonianza di uomini e donne su qualcosa che essi vissero come esperienza sovrumana non sono state raccolte allo scopo di darne una definizione o una valutazione, ma perché in esse l’impeto dell’esperienza vivente, la volontà di dire l’indicibile e la  vox humana hanno creato un’unità memorabile. Di questi elementi mi è sembrato degno di essere ripreso ciò che testimoniava, o recava in sé, il segno della parola”

Martin Buber, Confessioni estatiche, Adelphi, Milano, 1987

distanza nessuna

[da Lo sguardo di nascere]

torneremo a alloggiare lo strapiombo

nell’accolito piumare che nasce

su altissimo nido l’aquila degli occhi

ceruleo voltato a intendermi nell’ansa

gli anni che  precipiteranno questo esserci

come piccoli alla fonte battesimale

pronti ad essere lavati da colpe inesistenti

nell’atto di affiggere una qualsiasi spoglia

al metro più recente

(…)

devi solo sopraggiungere a sentire

questo spiraglio di stagione

giunto al silenzio, neve ovunque parola

in profili cristallini. Non parlami,

siamo troppo insistiti di sotto la coltre

da disposizioni acute, da forme illusorie

meglio tacere, perché l’ente che ci nutre

è rotondo, ceduto finalmente l’arco miope

dei picchi dolorosi, lo scambio piccino

del reciproco caos. Non parliamo,

soffochiamo i contorni lievi

come nevicasse, creature senza

nido e cova  distanza nessuna

Enheduanna e Lilith

[apparso sul numero 2 della rivista Filosofi per caso]


Chi scrisse per primo? Potrebbe sorprendere che fosse una donna, una donna sumera, il suo nome era Enheduanna, sacerdotessa e figlia del re Sargon di Akkad e visse circa tra il 2285 e il 2250 a.C. Stando alle iscrizioni poste dietro ad un antico disco di alabastro, Enheduanna è il più lontano autore noto al mondo, le cui opere sono state scritte in caratteri cuneiformi circa 4300 anni fa. Era sacerdotessa di Inanna, la dea della luna, ed è proprio alla dea di cui praticava il sacerdozio che Enheduanna dedicò la sua poesia. Al di là delle numerose leggende sorte intorno a questa figura, leggende che vedono la sacerdotessa in tale profondo rapporto con la sua divinità, da ottenere da questa qualsiasi cosa chiedesse per il suo popolo, i versi di Enheduanna, spiccano per una caratteristica allora sconosciuta, l’utilizzo della parola”io”, della prima persona, per giunta femminile, che spiega attraverso la poesia, la difficoltà e anche la pena delle pratiche legate alla professione del culto di Inanna. Il risultato fu che il suo testo venne ritenuto sacro al punto che 500 anni dopo fu usato come esempio per l’insegnamento dell’arte dello scriba. Enheduanna e Lilith, queste, due tra le figure femminili più antiche che si ricordino, sono al centro della maggiore parte della poetica della poesia araba femminile contemporanea. Scrive Amal al-Juburi riferendosi a Enheduanna

Lei era il gioiello di Sargon,
ora è sacerdotessa della frammentazione.
Urlate e non dimenticate,
monumenti maledetti,
che il cuore di Enheduanna
era più grande della
scrittura di questi tiranni

(Amal al-Juburi poetessa irachena nata nel 1967)

ma se nel caso della celebrazione di Enheduanna, per una poetessa contemporanea, si tratta dell’esaltazione di un “metodo” di promozione dell’io creativo che lega la scrittrice a un processo di emancipazione femminile della donna islamica del tutto attuale, nel caso di Lilith, l’attenzione dal metodo di emancipazione si sposta sull’alto valore archetipico cui, Lilith, la prima sposa ripudiata da Adamo, finisce per suggerire in buona parte degli scritti a essa dedicati. Da non dimenticare poi che sia Inanna, che Lilith si legano entrambe simbolicamente alla luna, che con i suoi cicli rappresenta il lato femminile del creato. La prima ne è la dea, cioè la componente femminile visibile, cui la donna islamica, secondo la poesia che se ne fa portavoce, assurge a modello dal punto di vista dell’emancipazione pratica, la seconda, Lilith, la luna nera è la faccia di un’intimità esistente e celata che la femminilità araba esalta attraverso molte voci contemporanee ma soprattutto tramite la sua poetessa più significativa, Joumana Haddad

Sono Lilith, la tenebra femminile, non la tenebra luce. Nessuna Read the full post »

La caverna dei poeti

[ripropongo volentieri un brano scritto per il blog  Filosofipercaso e incluso nella raccolta di prose inedite  il diario della specie espunta ]

C’è da chiedersi chi se non un poeta possa credere che alla fine del tirocinio dell’occhio – che dalla caverna, viene sferzato dal sole, per poi tornare alla caverna, come si torna alla madre, come si torna alla morte – chi possa credere che alla fine “potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole” (3). Solo un poeta può essere così eretico da credere che ciò sia possibile. Così pazzo da pensare di poter tornare alla caverna e professare l’eresia, accettando di “patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo”(4) di prima di aver visto la luce; il modo di prima, in cui si viveva tutti pressoché da ciechi nella caverna.

Quando ho letto per la prima volta il mito della caverna, mi sono chiesta perché Platone fosse stato annoverato tra i filosofi. Non capivo come una poesia così eretica potesse essere istituita materia, per quanto accostata all’amore di conoscenza. Come si potesse, mi sono chiesta, intendere salvifico, così da farne materia, un sentimento tanto desolato, come quello che ha spinto un uomo, ormai perso nella notte del tempo, a scrivere quello di cui poi la filosofia si è appropriata. A me pareva di vedere solo un poeta, perciò un bambino, dentro una caverna, non da solo, ma con altri bambini soli come lui. Obbligati a star di spalle a un teatrino di burattini cui avrebbero voluto partecipare. Scaldati da un fuoco approssimativo, senza vero calore, senza vera luce.
Lo spettacolo alle loro spalle ha una continuità stordente, li partecipa quei bambini, senza che davvero capiscano, senza che possano chiedersi tra loro nulla, perché le spiegazioni che avrebbero potuto reciprocamente darsi avrebbero fatto senz’altro parte ancora di altri mondi immaginari e perché nella sua totale innocenza, ogni bambino ha il suo. Allora come avrebbero potuto chiedersi reciprocamente cosa di quello spettacolo immaginario li riguardasse, pur volendolo a tutti i costi “vedere”? Poi improvvisamente, uno di loro si alza. Si accorge della postura cui la caverna lo ho obbligato. Si accorge che l’obbligo, le catene, la postura seduta di spalle, il fuoco scarso, l’ombra, sono cedevoli in qualche strano modo. In quello strano modo di cui il tempo a suo piacimento articola l’evoluzione. Improvvisamente a uno di loro qualcosa suggerisce una differenza nella postura. Improvvisamente, senza capire, perché non è un filosofo ma è un poeta, si alza, si volta e guarda. Guarda i burattini, guarda con quali oggetti si sceneggia il piccolo teatro “figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale”(1). Ma tutto ha ancora in sé il riverbero dell’ombra da cui il poeta viene che ha una qualità assai più spessa del lucore, perché è un morbo che si contrae nell’umido della caverna come si contrae da un ventre materno, la genesi di una malattia. Non si creda che ciascuno degli oggetti e dei personaggi che il poeta vede sfilare ora di rimpetto per la prima volta, gli ricordino la sua appartenenza remota a una verità che l’accomuni alla luce. Egli è figlio della caverna e la sua matrice è ombratile. Ma allorché sia costretto a guardare luce come guardasse ombra, gli occhi vi cercherebbero ancora ombra, perché quella è il suo regime, denucleato da qualsiasi verità salvifica, privato cioè della salute, perché la caverna è madre e malattia. Ma comunque, “giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. (…) Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore”(2). Perché superiore, il mondo, il poeta ha bisogno di immaginarlo, con una spinta deviante l’ovvio, come gettandovi un amo nel mare e, per cieca approssimazione, trarvi il pescecane della lingua e giusto per quell’attimo pescoso non voler tornare alla caverna, tra le altre solitudini che già lo reclamano.
C’è da chiedersi chi se non un poeta possa credere che alla fine del tirocinio dell’occhio – che dalla caverna, viene sferzato dal sole, per poi tornare alla caverna, come si torna alla madre, come si torna alla morte – chi possa credere che alla fine “potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole” (3). Solo un poeta può essere così eretico da credere che ciò sia possibile. Così pazzo da pensare di poter tornare alla caverna e professare l’eresia, accettando di “patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo”(4) di prima di aver visto la luce; il modo di prima, in cui si viveva tutti pressoché da ciechi nella caverna. Chi è così pazzo da credere che l’ascesa alla luce valga il necessario ritorno con occhi inceneriti, ormai accecati dal lutto di chi una volta ha visto, piuttosto che dal buio di chi non vedrà mai. “Nella sua ossessione di vivere la poesia come separazione totale dal mondo degradato che lo ospita” scrive Flavio Ermini “il poeta non dà tregua alla parola: le usa di continuo violenza per strapparla all’usura del suo impiego quotidiano, per estraniarla ai suoi significati consueti ed “elevarla”, come vuole Stefan George, «a sfera radiosa»” (5). E ciò è come vivere in una caverna credendo incautamente possibile che l’oggetto poetico possa essere definito in pieno sole, come solo un figlio di un ventre cavernoso può ambire a fare; come l’impossibile chimera di un filosofo che ne viva il mito o come un bambino che abbisogna di una favola di cui sentirsi figlio.
Di ritorno alla caverna, il poeta vede solo “apocrifi in sembianze di volti/ di giorni in forme declinanti/ di parole”(6), acquisisce una cecità diversa che lascia libera la messa in pratica dell’immaginario riguardante la sua origine malata cioè un’origine “morbosamente” destituita dai significati. Perciò può. Asserisce l’indicibile della sua origine in quell’istante preciso in cui ne accusa il richiamo e non il senso: “l’indicibile nel richiamo è già detto/ origine che si sottrae all’origine/ fino all’indicibile che forma/il midollo”(7). Richiamo linfatico, di fatto non significante se non in quanto cose prima, l’indicibile che osa la malattia di non appartenere alla verità del visibile senza però tornare al buio da cui viene. Perché il suo compito è farsi, non essere. Farsi nel tempo di un lampo che illumini e poi basta “è già disfatto e già non chiedi,/ la deserta origine che polvere/ trattiene nel rogo che né pupilla/ né mani fissano al vagito/oltre il colore incandescente/che annulla vene e secoli di sangue,/ resta a fremere, disgelo, /l’occhio che depose alla rupe il volto” (8). Non deve chiedere, non può più chiedere perché lo spettro luminoso della verità ha già arso con la sua definizione le pupille, l’indicibile spinto a dirsi brucia la mutevolezza del volto, si proclama vittorioso sul non-senso di vene e secoli di sangue e spinge ancora una volta il poeta a deporre occhi inservibili. Di ritorno alla caverna finalmente “l’ombra che sale gioca il sogno di un confine/ sospeso la tua pelle si stacca aggiunge/ ore ai tuoi segni al grafico che resta/ dove togli parole/ ai tuoi occhi” (9). Il poeta torna a una cecità evoluta. Torna alla maternità sconfinata delle ombre complesse e delessicate del segno rupestre. È un atto dovuto, questa spoliazione, questo ritorno alla nudità neonatale, primordiale mai salvifica, ma che insensatamente perpetra se stessa dichiarandosi mai vera del tutto e tuttavia efficace al punto che di nuovo nella caverna, il poeta “le sillabe raccoglie che la mano nasconde/ prima di cedere sotto la sferza/ di un lampo/ alla cecità di dare ancora un nome (10)”. La cecità di dare, di darsi all’infinito un nome. Ma un nome che sia per sempre “non” vero del tutto.

(1)Platone, Il mito della caverna
(2)Platone, Il mito della caverna
(3) Platone, Il mito della caverna
(4) Platone, Il mito della caverna
(5) Filosofi per caso
(6) Francesco Marotta
(7) Paolo Fichera
(8) Paolo Fichera
(9) Francesco Marotta
(10) Francesco Marotta

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