«L’inferno dei viventi, non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne . Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»Italo Calvino (da “Le città invisibili”).
Non ho gli strumenti per fornire una teoria e quindi svolgerò solo alcune considerazioni generali e poi mi riferirò all’unica risorsa che ho: la mia esperienza. La prima considerazione questa: un individuo che nasce oggi in occidente ha forse più libertà e più mezzi che non in tutto il resto del mondo, ma insieme a questo privilegio, porta anche una tremenda responsabilità. Con i mezzi di comunicazione oggi esistenti, che arrivano nelle nostre case, l’individuo occidentale è una persona informata. È vero spesso si tratta di informazione deformata e parziale, ma qualcosa trapela, non tutto si può nascondere. A fronte dell’emergere di notizie sui crimini e sulle guerre, sulle nefandezze del capitalismo, nelle sue varie vesti, ma sempre facilmente riconoscibile, l’individuo che tace, nel suo ambito, sociale, sulla fame, sullo sfruttamento, sull’orrore, sulla devastazione del pianeta, rischia di essere un complice del sistema, se non dà voce a un distinguo almeno, se non ad una indignazione. Una persona onesta, prima di tutto con se stessa, e poi anche con gli altri, non può non pensare al mondo che vive, alle sue bellezze e alle sue ingiustizie. Che cos’è un poeta in estrema sintesi? L’urgenza di dire del poeta che lo porta a scrivere è perché “vede”, la particolarità del poeta prima che nella scrittura è nello sguardo. Allora uniamo due termini in una domanda può un poeta essere disonesto, può un poeta essere cieco? Se fosse fatto oggi un processo ai crimini contro l’umanità tutti noi occidentali verremmo chiamati in causa come persone informate sui fatti. In Italia poi viviamo in questi anni una situazione particolare, dove tutto il peggio sembra concentrasi. C’è un emergenza democratica perché al potere sono andati i ricchi, i corrotti, i mafiosi. Ci sono andati perché sono stati votati, anche se so bene che anche questo un punto da discutere. Voglio riportare uno stralcio di un recente articolo di Vito Mancuso, uno dei pochi religiosi che stimo: “L’Italia è ai primissimi posti in Europa quanto a corruzione. La corruzione lacera il legame sociale producendo un diffuso senso di sfiducia e sfilacciamento nel Paese e un’immagine negativa all’estero. Occorre chiedersi come mai siamo così corrotti e corruttori. Anche senza la retorica degli “italiani brava gente”, io non penso che la causa di tale fenomeno sia che gli italiani, individualmente presi, siano moralmente peggiori degli altri europei. Penso piuttosto che la causa sia la mancanza, all’interno della coscienza comune, di un’idea superiore rispetto all’Io e ai suoi interessi. I danesi, che risultano il popolo meno corrotto d’Europa, come singoli non penso siano moralmente migliori degli italiani; penso piuttosto che essi condividano in misura molto maggiore la convinzione che vi sia qualcosa più importante del loro particulare, per usare la classica espressione di Guicciardini. Questo qualcosa cui l’Io sa cedere il passo è la società: il singolo si comporta onestamente verso la società perché sente che essa è più importante di lui e perché al contempo vi si identifica, secondo la logica di dipendenza e identificazione vista sopra. Viceversa in Italia i più ritengono che il singolo sia più importante della società, e per il bene del singolo non si esita a depredare il bene comune della società. Da qui il tipico male italiano che è la furbizia, uso distorto dell’intelligenza. Il furbo è un intelligente che sbaglia mira, che non ha un oggetto adeguato su cui dirigere l’intelligenza, che non capisce il primato dell’oggettività e la dirige solo su di sé. Al contrario chi sa usare davvero l’intelligenza capisce che la vita contiene valori più grandi del suo piccolo Io, e di conseguenza vi si dedica. L’intelligente gravita attorno a una stella, il furbo invece fa di se stesso la stella attorno a cui tutto deve ruotare. Con l’ovvio risultato che un insieme di intelligenti è in grado di creare un sistema, in questo caso non solare ma sociale, mentre un insieme di furbi è destinato semplicemente al caos e alla reciproca sopraffazione. Noi italiani siamo più corrotti perché usiamo in modo distorto la nostra intelligenza, e tale distorsione la si deve alla mancanza di un’idea comune più grande dell’Io, cioè di una religione civile e dell’etica che ne discende. La religione civile è ciò che consente di rispondere alla seguente domanda: perché devo essere giusto verso la società? Perché devo esserlo anche quando la mia convenienza mi porterebbe a non esserlo? Senza un legame di tipo “religioso” con la società, nessuno sacrifica il suo particulare, nessuno sarà giusto quando non gli conviene esserlo e può permettersi di non esserlo.” Fin qui Mancuso. La domanda che io pongo alla luce di queste considerazioni che condivido. Ma i poeti italiani appartengono alla categoria dei furbi o degli intelligenti? Gravitano attorno ad una stella? O fanno di se stessi l’unica stella intorno in cui ruotare? Le risposte e le analogie sono impietose. Ma davvero possiamo pensare che lo spazio individuale necessario a un poeta possa prescindere da quella che Mancuso chiama “religione civile” e io “coscienza civile”. È pur vero che la poesia è il luogo dell’individuo per eccellenza. Mi è stato detto con il solito tono saccente: “Guarda Marco che Emily Dickinson parlando di una rosa ha detto cose sulla rivoluzione che molti poeti autodefinitisi rivoluzionari non sono mai stati capaci di dire.” C’è del vero dico io, ma la grande inarrivabile Emily, maestra insuperata di poesia, ha vissuto praticamente in una stanza la sua esistenza, se fosse stata informata dei fatti che cosa avrebbe scritto? Di che cosa avrebbe scritto? Le splendide metafore di Emily, reggono perché sono innocenti, rispetto alle colpe del mondo, ma i poeti e la poesia odierna, possono dirsi innocenti? Io penso che la poesia ha due grandi nemici: Il potere e il senso comune. Con il potere il poeta onesto non può che essere in conflitto e la sua poesia in varie forme si dedica allo smascheramento, allo svelamento dei suoi meccanismi, perché il potere non è una categoria astratta, produce tutti i giorni, tutti i santi i giorni, milioni di vittime. Sono vite non vissute. Sono vite non vissute di innocenti. Condannati nei territori affamati, condannati perché ne fuggono, condannati nella carcerazione, condannati nell’emarginazione, condannati nei manicomi se non si sono dotati del cinismo necessario per sopravvivere oggi. Può un poeta onesto non parlare di questo? Con il senso comune invece il poeta onesto deve fare i conti. Il poeta deve parlare al senso comune, per questo non userà teorie rivoluzionarie, ma mostrerà con esempi concreti, persone vere, istituzioni vere, le colpe del potere. Per fare un esempio concreto e vicino, le poesie di Enrica Pasero e di Andrea Pomella su due figure diverse di vecchio nascono da e inducono ad una coscienza civile. Viviamo nell’epoca dei mezzi di distrazione di massa, le città sono popolate da automi privati della percezione del mondo. Personalmente ho scelto la strada della poesia dell’ovvio. La chiamo così da quando una volta dopo una lettura sono stato avvicinato da una giovane laureata al Dams di Bologna e mi ha detto con tono sommesso, ma grave: “Ma lei, Ribani, lo sa che l’arte non è mai tautologica?” Io non ho risposto, sopratutto, perché non ero del tutto certo di sapere bene cosa volesse dire quella parola: Tautologico. Sono andato a casa, ho guardato nel dizionario, ho capito cosa voleva dire la giovane laureata. Io credo che in un mondo distratto, il poeta non è obbligato a inventare mondi, basta solo fare vedere il qui e ora dell’inferno quotidiano, come dice Calvino. Il poeta può benissimo trarre le sue poesie dalle notizie quotidiane e con quelle tirare per la giacchetta il potenziale lettore “Hai Visto? Guarda bene! Questo è quello che succede? Ti è sfuggito? Adesso lo sai!”. Secondo stime attendibili dai primi anni novanta ad oggi più di 20.000 persone sono morte nei nostri mari. Ma non si vedono e non si sanno. Può la poesia ignorarli o li deve fare emergere? “Perciò non esistono più, non devono, poeti civili ma esistono poeti che ribadiscono incanto e sconcerto a chi non riesce più a provarne… Del resto il compito, se il poeta ne ha uno, non è quello di sconcertare là dove si è già comodamente concertato?”. Dice Viviana Scarinci e io sono d’accordo con lei. Non si tratta quindi in conclusione, di trovare un nome, di definire una categoria. “Nel mondo i cosiddetti poeti civili vengono ancora esiliati, quando va bene, banditi, buttati nelle carceri, torturati, uccisi, quando va male. Questo perché dove esiste un sentimento sociale diffuso, nei luoghi in cui gli uomini aspirano ancora a qualcosa di diverso dai beni materiali di consumo, dai falsi idoli, dove le libertà primarie sono soppresse, la parola umana ha ancora un valore inestimabile. In Italia invece non ci sono più i poeti, tout court; i poeti si sono estinti, come le lucciole. Se qui da noi la poesia non interessa più a nessuno è per questo motivo e non per altro. Restano dei finti soldati che si sparano addosso le poche cartucce che hanno…” dice Andrea Pomella. Ed è verissimo. Per questo credo anch’io che il web sia uno strumento formidabile per la creazione e la diffusione di luoghi di poesia lontani dai giochi di potere e improntati ad una rinnovata coscienza civile, ci sono gli estremi per poter pensare, nel tempo, alla creazione di un movimento.
