thanatos

di Gabrielle Wittkop

 “Figlia illegittima dell’archeologia, la necrofilia, che ha avuto minor fortuna della madre, trascende l’uomo al di là della sua animalità”

 “Per quattordici giorni sono stato indicibilmente felice. Indicibilmente, non assolutamente, perché la gioia sempre si accompagna, per me, al dolore di saperla effimera, e ogni felicità ha fatalmente in sé il germe della propria fine. Solo la morte, la mia, mi libererà dalla disfatta, della ferita che ci infligge il tempo.”

 “Non mi pesa, il mio lavoro: questi avori cadaverici, queste livide ceramiche, questi oggetti appartenuti a morti, questi mobili fatti dalle loro mani, questi quadri che hanno dipinto, questi bicchieri da cui hanno bevuto. Davvero, il mestiere dell’antiquario è una condizione necrofila pressoché ideale.”

  “Si parla del sesso in tutte le sue forme, tranne in una. La necrofilia non è tollerata dai giovani contestatori. L’amore necrofilo, il solo che sia puro, in quanto anche l’amore intellettuale, questa grande rosa bianca, aspira a essere corrisposto. Nessuna contropartita per il necrofilo innamorato, il dono che fa di se stesso non suscita alcuno slancio.”

   “Sono tentato di credere che Ecate abbia posato su di me il suo benevolo sguardo. La morte mi colma, instancabile dispensatrice dei miei piaceri e se spesso sono incompleti, questo dipende unicamente dai mie limiti.”  Gabrielle Wittkop, Il necrofilo       

Eros

Foto di Imogen Cunningham, The Dream(1910)

di Marguerite Yourcenar

 A volte, ho sognato di elaborare una forma di conoscenza umana basata sull’erotica: una teoria del contatto, nel quale il mistero e la dignità altrui consisterebbero appunto nell’offrire al nostro Io questo punto di riferimento di un mondo diverso. In questa filosofia la voluttà rappresenterebbe una forma più completa, ma anche più caratterizzata dei contatti con l’Altro. Una tecnica in più messa al servizio della conoscenza del non Io. Anche nei rapporti più alieni dai sensi, l’emozione sorge o si attua proprio nel contatto: la mano ripugnante di quella vecchia che mi sottopone una supplica, la fronte madida di mio padre nei suoi ultimi istanti, la piaga detersa di un ferito, persino i rapporti più intellettuali o più anodini si istituiscono attraverso questo sistema dei segnali del corpo: il lampo di intesa che illumina lo sguardo del tribuno al quale si spieghi una manovra prima della battaglia, il saluto impersonale di un subalterno che al nostro passaggio si immobilizza in un atteggiamento di obbedienza, lo sguardo amichevole di uno schiavo che ringrazio per avermi portato un vassoio, l’espressione da intenditore di un vecchio amico davanti al dono di un cammeo greco. Con la maggior parte degli esseri umani, i più lievi e più superficiali di questi contatti bastano, o persino superano l’attesa; ma se essi si ripetono si moltiplicano attorno a un unico essere fino ad avvolgerlo interamente; se ogni particella di un corpo umano si impregna per noi di tanti significati conturbanti quante sono le fattezze del suo volto; se un essere solo anziché ispirarci tutt’al più irritazione, piacere o noia, ci insegue come una musica  e ci tormenta come un problema, se trascorre dagli estremi confini al centro del nostro universo, e infine ci diventa più indispensabile che noi stessi, ecco verificarsi il prodigio sorprendente, nel quale ravviso ben più dello sconfinamento dello spirito nella carne che un mero divertimento di quest’ultima.  Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano                                        

Atti al poter storia

Una deflagrazione erompe nel corpo dell’amore. Le persone diventano storia, come se nella normalità non lo si fosse, che troppo contenuti da un’invisibilità collettiva. Refrattari a ritenersi  parte di un corpo ben più ampio e imprevedibile. Ma qui, in ciò che scrive Marco Ribani, è come se l’amore fisico recasse un corpo espanso, percettivo, rendendo le persone atte al poter storia attraverso una visione che ne comprenda l’occhio e le cose di fuori in un unico sguardo.  Una visone che partendo dal suo particolare, attraverso l’inaudita brutalità delle strage, comprenda il suo corpo nella storia.   

una poesia di Marco Ribani  

Anche questa Domenica mattina
abbiamo rovinato la festa dei cattolici
santificando con l’amore l’inizio di giornata.
Lei ha gridato particolarmente forte tutto il suo dolore
per non poter accogliere ulteriormente il corpo del suo amante
e lui l’ha percorsa come una macchina a vapore
lasciandola tra la vita e la morte ai margini
di ogni possibile respiro.
Ora con la lingua nella sua bocca lavora a rianimarla
e lei che si è tagliata i capelli cortissimi sembra
un bambino che assaggia qualcosa di
Dolcissimo.
Adesso dopo il moto furente vengono le gocce di sudore
perché è Agosto. Più esattamente il 2 d’Agosto del 1980
e sono circa le dieci del mattino.
Ci accarezziamo ancora e poi facciamo il gioco di contare
i punti dei nostri corpi che si incastrano quando lo facciamo
Anche la gatta ci viene a salutare e porgere i propri complimenti
perché lei d’amore se ne intende.
Ma mentre la gatta annusa il pube della donna
il botto la trasale e solleva la città poi la ripone.
Sono le 10,25.
Cazzo dico stavolta hanno esagerato
e penso allo sfondamento del limite del suono
Invece comincia il lamento della città madre
Prima sommesso e poi sempre più forte
Invoca Dice Chiama a raccolta.
Vado a vedere dico deve essere vicino
Inforco la vecchia bicicletta nella città deserta
Solo il suo pianto adesso disperato cresce.
Vedo Daniele uno che conosco vicino alla stazione
E’ saltata una caldaia alla stazione
E’ crollato tutto il ristorante
E’ inutile che vai tanto non ti lasciano passare
Allora torno
Andiamo a mangiare alla festa dell’Unità?
Sì andiamo. Bologna in Agosto sembra una città straniera.

Marco Ribani legge Bologna 2 AGOSTO 1980

ars morendi

 

Maria Korporal propone la figura di Antinoo per compiere artisticamente un rito, quello del ricongiungimento dei due estremi dell’evidenza: esistere, non esistere. Il rito in questo caso è la consacrazione di una scelta che si traduca in passaggio. Marguerite Yourcenar, questo passaggio rituale, lo indica come una vera e propria fase che, chi prima chi poi, avverte come il varco di un’era che lo perpetri consapevolmente nella propria essenza o nella rinuncia. Maria Korporal con la sua opera suggerisce che ci si perpetra anche secondo rinuncia. Cioè ricongiunge in un vertice di bellezza, l’esistenza e la non esistenza in una scelta. Per Antinoo, infatti, è stata la rinuncia il varco, la dissipazione, che perpetra l’assoluto di un’esistenza esauritasi in un’unica esperienza amorosa, con l’evidenza della sua scomparsa.       

il pensiero pensa sempre se stesso 

                                                                                   

“era giunto in quella fase dell’esistenza, variabile per ciascuno, in cui l’essere umano si abbandona al suo demone o al suo genio, segue una legge misteriosa che gli ingiunge di distruggere o superare sé stesso”  Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano 

  

“La forza vitale …fu la sovrabbondanza gratuita di forza vitale che sopraffece i ragazzi. Rimasero sgomenti dal senso che egli dava di aver troppa vita, dal senso di violenza a vuoto, impossibile a spiegarsi se non come vita che esiste in quanto fine a se stessa, dal suo tipo di esuberanza torva, indifferente. Senza che lui se ne fosse reso conto, un potere si era insinuato nella carne di Omi e stava macchinando di impadronirsi di lui, di abbattersi attraverso di lui, di traboccare fuori di lui, di eclissarlo in splendore.  Sotto questo aspetto il potere somigliava a una malattia. Infetta dal potere veemente, la carne di Omi non era stata mandata in terra per nessun altro scopo che quello di divenire un folle sacrificio umano, da adempiersi senza timore di contagio. Gli individui che vivono nel terrore del contagio non possono che scorgere un amaro rimprovero in una simile carne…” Yukio Mishima, Confessioni di una maschera    
 

 

  

 Ars Morendi di Maria Korporal  

 

  

  

Maria Korporal 

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L’altra opera di Maria Korporal presente alla diaria