di Gabrielle Wittkop
“Figlia illegittima dell’archeologia, la necrofilia, che ha avuto minor fortuna della madre, trascende l’uomo al di là della sua animalità”
“Per quattordici giorni sono stato indicibilmente felice. Indicibilmente, non assolutamente, perché la gioia sempre si accompagna, per me, al dolore di saperla effimera, e ogni felicità ha fatalmente in sé il germe della propria fine. Solo la morte, la mia, mi libererà dalla disfatta, della ferita che ci infligge il tempo.”
“Non mi pesa, il mio lavoro: questi avori cadaverici, queste livide ceramiche, questi oggetti appartenuti a morti, questi mobili fatti dalle loro mani, questi quadri che hanno dipinto, questi bicchieri da cui hanno bevuto. Davvero, il mestiere dell’antiquario è una condizione necrofila pressoché ideale.”
“Si parla del sesso in tutte le sue forme, tranne in una. La necrofilia non è tollerata dai giovani contestatori. L’amore necrofilo, il solo che sia puro, in quanto anche l’amore intellettuale, questa grande rosa bianca, aspira a essere corrisposto. Nessuna contropartita per il necrofilo innamorato, il dono che fa di se stesso non suscita alcuno slancio.”
“Sono tentato di credere che Ecate abbia posato su di me il suo benevolo sguardo. La morte mi colma, instancabile dispensatrice dei miei piaceri e se spesso sono incompleti, questo dipende unicamente dai mie limiti.” Gabrielle Wittkop, Il necrofilo
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